Il commissario di pietra non molla

Di Giuseppe Braga (Scrivo il 28 di aprile, nella speranza che a giornale uscito queste righe non valgano più)
Forse il senatore Leoni la sa più lunga di tutti, ed è per questo che – fresco di medaglia al petto per l’emendamento sulle tasse da poco votato anche al Senato – procede diritto verso il suo terzo rinnovo come commissario dell’AeCI, nonostante nessuno lo voglia più intorno. Quella medaglia, meglio ricordarlo, non va appuntata da nessuna parte, perché il minimo che si deve pretendere da Leoni è che faccia le cose per cui è da noi pagato.

 

È che noi piloti siamo così abituati a essere calpestati che appena uno fa una cosa normale ci sembra San Gennaro. Far traballare il suo trono, in ogni caso, sembra davvero un’impresa. L’ultimo episodio è sconcertante, perché segue una “rivoluzione dal basso” che sta montando dopo una quantità di alterchi (in due occasioni con tanto di minacce) tra il commissario, i piloti e tutte le federazioni che egli con il suo operato dovrebbe tutelare. Si tratta di varie iniziative (alcune con la consulenza dell’avvocato e ordinario di Diritto amministrativo Vincenzo Caputi Jambrenghi): petizioni, articoli sui giornali – più la puntata delle “Iene” di cui abbiamo parlato il mese scorso – nonché un esposto alla Procura della Repubblica, uno alla Corte dei Conti, sei interrogazioni parlamentari, una dura bocciatura del Consiglio di Stato alla riforma dello Statuto solo il 22 marzo scorso, un’ulteriore istanza al ministero dei Trasporti.

Dài e dài, ci si aspettava un po’ di attenzione da parte del governo Monti. La sufficienza con cui il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda ha invece liquidato l’interrogazione presentata dal deputato di Futuro e Libertà Enzo Raisi durante il “question time” alla Camera del 27 aprile ha calato un’ombra sulle nostre speranze. Abbiamo seguito la diretta: il ministro, annoiato come non mai, ha dovuto rispondere alle documentate osservazioni di Raisi sulla totale, pericolosa inattitudine del senatore all’incarico, nonché all’elencazione delle numerose irregolarità formali e sostanziali, di rilevanza amministrativa e forse anche penale: Giarda ha replicato quasi sbadigliando, incespicando nel leggere, evidentemente per la prima volta – e certamente senza aver mai letto l’interrogazione di Raisi – una risposta che suona più o meno: “ci teniamo questo qua altri tre mesi perché cambiare ci costa di più e ci tocca ricominciare da capo, che faccia questa riforma dello statuto poi si vedrà. Avanti il prossimo…”.

Quel che il ministro (o chi ha risposto per lui) non ha colto, è che, anche mettendo da parte la lunga teoria di violazioni di norme, termini e scadenze che hanno caratterizzato le nomine di Leoni, è proprio questo
che bisognerebbe evitare: cioè che egli sia libero di rimaneggiare e riproporre uno statuto distorto ed egocentrico, i cui scopi sono la rielezione di se stesso a presidente (non possibile, perché è parlamentare, ma con un cambio di “destinazione d’uso” da ente sportivo a culturale, invece sì) e la sottomissione dei piloti a un ente assolutista, con costi insensati e malato di un verticismo bulgaro.

Già una volta il Consiglio di Stato ha ricordato a Leoni che egli è solo un commissario: e che quindi la pianti di riscrivere sempre tutto da capo, che lasci perdere le innovazioni e faccia le minime modifiche richieste. Succederà, pensiamo, che invece Leoni ci riproverà e il Consiglio di Stato gli darà il due di picche di nuovo. Quanto durerà, fino a che uno dei due non si distrae?

Ci sembra che il senatore sia protetto da una barriera di energia invisibile, come fosse il quinto dei Fantastici Quattro. Come l’uomo elastico, se cerchi di tirarlo via da un posto, appena ti giri – slap! – lo ritrovi lì. Inamovibile come l’uomo di pietra è già dimostrato che lo è. Invisibile gli riesce meno, si sta esercitando (con le fughe in Vespa, però la Vespa è rossa, si vede) ma ogni tanto gli si gira l’interruttore su “off” e le Iene lo beccano a tavola. Infiammabile, eccome, ma questa è una delle etichette da camicia verde della prima ora.

Il decreto che rinnova l’incarico a Leoni per tre mesi è anodino come un ciclostile, ma ha anche alcuni aspetti curiosi. Il primo è che l’estensore sembra ignorare che la funzione indicata come motivo principale della proroga è la stessa, la correzione dello Statuto AeCI, il cui risultato è già stato bocciato prima dell’emissione del decreto. Come se Leoni fosse stato bonariamente rimandato nella materia: dài, non fare l’asino, fallo bene che lo sappiamo che se ti impegni sei capace. Un’altra discrepanza è che viene blandamente indicato come “interlocutorio” il parere del Consiglio di Stato, mentre alla nostra lettura esso rivela un’analisi approfondita da ben cinque osservazioni nel merito, con le quali rimanda al mittente il documento. La più evidente delle stranezze è infine tra le firme in calce al decreto di rinnovo: mentre sono presenti gli autografi dei ministri di Trasporti, Economia, Interno e Difesa, manca il principale ministro vigilante, Piero Gnudi, che ha la delega allo Sport. Perché mai? Gnudi lo sa?

Appello al senatore Leoni, questo proprio nostro: faccia come il suo numero uno Umberto Bossi, di cui è fedele seguace ab initio: faccia un salto fuori dal cerchio magico. Si comporti meglio del governo Monti, che la Lega critica, ma che lo sta tenendo in carica con le cannule al naso.
Ha lo stipendio di parlamentare, è un valente architetto, di fame non morirà. Ci lasci vivere, anche noi.

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